Lo scafandro e la farfalla

Il film “Lo scafandro e la farfalla” racconta la vera storia di Jean-Dominique Bauby, caporedattore della rivista ‘Elle’ France, il quale accusa un improvviso malore mentre è in auto con uno dei figli. Jean-Do, così viene chiamato dagli amici, si risveglia da un periodo di coma di circa 20 giorni e scopre un’atroce verità, il suo cervello non ha più alcun collegamento con il sistema nervoso centrale: si tratta della Lock-in syndrome. Il giornalista è totalmente paralizzato e ha perso l’uso della parola oltre a quello dell’occhio destro. Gli resta solo il sinistro per poter lentamente riprendere contatto con il mondo. Il film inizia proprio con il suo risveglio, la cinepresa è il suo occhio che pian piano riesce a definire forme e colori. Jean-Do è cosciente e lucido, sente e comprende perfettamente tutto quello che gli viene riferito, però non può esprimersi e si ritrova completamente inerme; riesce a comunicare battendo le ciglia dell’occhio sinistro: un battito significa sì, due no. Lentamente Jean-Do riprende il contatto con il mondo esterno mediante l’aiuto dell’ortottista della clinica presso la quale è ricoverato.
La professionista, e successivamente i suoi famigliari, gli detta di volta in volta le lettere dell’alfabeto maggiormente usate nella lingua parlata e lui batte le ciglia ogni volta che viene pronunciata la lettera interessata, così dalle lettere si formano le parole e dalle parole le frasi e quindi il pensiero che lui vuole esplicitare. All’inizio il giornalista manifesta il desiderio di morire, perché non vuole accettare la sua situazione fisica e si vergogna di com’è ridotto. Una mattina, mentre viene portato fuori nella terrazza dell’ospedale, intravede la propria immagine sulle vetrate di una finestra e si spaventa: la figura che scorge è un mostro amorfo che non riconosce. Grazie al supporto e all’amore dei suoi famigliari e degli amici più stretti, e soprattutto alla sua forza di volontà, supera la crisi iniziale e si ripromette di non compiangersi mai più ma di rivelare al mondo intero quello che sente dentro di sé. E’ così che inizia a scrivere un libro grazie all’aiuto di una copista, la quale legge le lettere dell’alfabeto, lui batte le ciglia e lei traduce il suo pensiero nelle pagine fino a dare alla luce un libro. Jean-Do è completamente paralizzato e nessuno può sentire la sua voce perché non riesce ad esprimersi, ma ci sono tre cose che gli rimangono vive: il suo occhio sinistro, la mente lucida e l’immaginazione, ossia viaggiare con la propria mente in luoghi lontani o in situazioni piacevoli che gli permettono di provare piacere e di desiderare. Immaginerà così di viaggiare in posti sconosciuti, di fare l’amore in riva al mare con la donna che ama, di mangiare del cibo succulento in un ristorante elegante e in dolce compagnia, di baciare sulla bocca la fondatrice della clinica dove è ricoverato e che lui immagina bellissima e vestita con un sontuoso abito dell’800. Il battito del suo occhio, che assomiglia al battito d’ali di una farfalla, gli dà la possibilità di tirare fuori quello che grida dentro il suo corpo. La farfalla contenuta all’interno dello scafandro, ossia il corpo inerte ed immobile, esce fuori ad abbracciare la natura e le persone amate dal giornalista. Nel film viene citata questa bellissima e significativa frase: “lo scafandro del corpo non impedì alla farfalla dell’anima di uscire e comunicare”. La farfalla verrà colta soprattutto dai tre figli di Jean-Do, che amano il padre nonostante tutto e lo vanno spesso a trovare nella clinica. Lui si rammarica di non poterli abbracciare e si vergogna quando il figlio maggiore lo asciuga dalla bava che gli cola dalla bocca, ma lui è felice di stare con loro perché li vede vivere e sa che sono felici e si sente amato da loro. Jean-Do muore nel 1997, dopo due anni di malattia e dieci giorni dopo l’uscita del suo libro. Il film, diretto dal regista Julian Schnabel, non è assolutamente retorico e inondato da facile pietismo, anzi, talvolta è ironico, la trama scivola piacevolmente senza incorrere in scene malinconiche e strappalacrime. Inoltre, il regista ha saputo articolare la storia, per l’appunto vera, senza lanciare proclami né a difesa strenua della vita né a favore dell’eutanasia. Un film da vedere e che fa riflettere sul significato della vita e sull’importanza dell’amore intenso e profondo che si prova anche per una persona che è prigioniera del proprio corpo e incapace di comunicare, ma viva dentro e bisognosa d’affetto. Basta uno sguardo, una carezza, un bacio, un sorriso e nient’altro.
Anna




















Visto ieri sera su Sky, bellissimo. Particolare il modo in
maxanima | 10 Dicembre 2008 | 18:17Visto ieri sera su Sky, bellissimo. Particolare il modo in cui il regista ci fa “vivere” dentro Jean-Do.
Consiglio anch’io